Serena e Jakob

Serena e Jakob 2018-11-23T16:11:56+00:00

Project Description

Serena

7 aprile 2017

La prima volta che vidi Jakob…Non era lui.

Lo cercavo tra la folla, cercavo quello che Emanuela aveva definito “un ragazzo con i capelli lunghi e biondi” e il caso ha voluto che proprio in quel momento passasse un ragazzo con quelle caratteristiche in piazza Borsa.

Poco dopo mi sono resa conto che evidentemente non era quello il luogo di incontro e lo sconosciuto giusto, ho controllato meglio il messaggio e ho raggiunto Emanuela con il vero Jakob.

Mi è sembrato subito un ragazzo di poche parole (ma quelle giuste). 

Sembravamo due extraterrestri catapultati sulla Terra da due pianeti molti diversi fra loro, eppure c’era qualcosa di familiare in lui, e questo gioco cominciava sempre di più a piacermi.

Jakob

7 aprile 2017

Che dire, come iniziare?

Già mi sembra strano scrivere un diario, in italiano, dopo decenni.

La prima impressione del via di questo progetto è stata sicuramente positiva.

Tendendo essere pessimista, non mi sono fatto grandi aspettative, ho tenuto il profilo basso.

Prima dell’incontro, pensavo che l’abbinamento delle coppie si facesse per forza con un rifugiato di poche parole o schivo. Invece sono stato sorpreso:
non solo è una ragazza (lo dico perché di solito riesco a comunicare appieno solo con il genere femminile)

ma ha pure uno spiccato senso dell’umorismo indefinibile, cosa per me fondamentale per l’aspetto socievole.

Quando si è presentata, vista la spontaneità, pensavo fosse un’amica di Emanuela capitata lì per caso, infatti, la prima impressione che ho avuto di Serena (se ricordo bene il nome: ho una memoria da pesce rosso) era comunque quella di una persona più chiusa, sbrigativa, visti gli impegni imminenti che aveva.

Apprezzo almeno il suo pragmatismo e credo che ci lavorerò bene. Come inizio lo vedo molto stimolante!

Serena

21 aprile 2017

Il secondo incontro con Jakob è stato molto positivo e oltre le mie aspettative:

quando ci siamo​ ​incontrati​ ​la​ ​prima​ ​volta​ ​con​ ​Emanuela​ ​mi​ ​aveva​ ​dato​ ​l’idea​ ​di​ ​essere​ ​una​ ​persona piuttosto riservata e di poche parole invece oggi l’ho trovato molto più chiacchierone.

Abbiamo parlato di fotografia, ci siamo chiesti cos’è per noi e ci siamo divertiti nel stilare una lista​ ​di​ ​termini​ ​che​ ​descrivessero​ ​la​ ​nostra​ ​fotografia​ ​personale.​

​Mi​ ​sono​ ​stupita​ ​di​ ​come emergessero parole molto diverse dal nostro confronto, comincio a capire qualcosa in più di lui.​

​Gli​ ​ho​ ​prestato​ ​“La​ ​camera​ ​chiara”​ ​di​ ​Roland​ ​Barthes,​ ​uno​ ​dei​ ​miei​ ​libri​ ​preferiti​ ​di fotografia,​ ​spero​ ​gli​ ​piaccia​ ​e​ ​che​ ​possa​ ​essere​ ​per​ ​lui​ ​una​ ​fonte​ ​di​ ​riflessione​ ​e​ ​ispirazione.

Jakob

21 aprile 2017

Dal secondo incontro, ovvero il primo senza la boss, ho inquadrato (permettetemi il termine) il personaggio.

Cosa che mi ha fatto ripartire da zero, in sostanza.

Come mi ha fatto ripartire da zero il mio modo di vedere la fotografia, grazie al “libretto” che mi ha prestato Serena, “La camera chiara” di Roland Barthes.
Suona molto figo leggere Barthes, e vi assicuro che si tratta di un bel restyling per i neuroni atrofizzati dall’inerzia da click.

Non di facile lettura, perciò stimolante. Perché fa apparire abbastanza patetica la maggior parte degli scatti che hai fatto finora.

Dopo questa riunione d’impostazione metodologica il compito che ci siamo prefissati non è facile, perché oltre al piano che stiamo costruendo, ci vuole una buona dose d’intuizione, senza l’uno e l’altro però, non può funzionare.

Parola d’ordine: punctum.

Serena

6 maggio 2017

Oggi​ ​c’era​ ​brutto​ ​tempo​ ​quindi​ ​io​ ​e​ ​Jakob​ ​ne​ ​abbiamo​ ​approfittato​ ​per​ ​vederci​ ​a​ ​casa​ ​mia​ ​e parlare​ ​di​ ​come​ ​impostare​ ​il​ ​progetto.​

L’avventura​ ​fotografica​ ​ci​ ​vede​ ​entrambi​ ​entusiasti​ ​e propositivi, le idee sono molte speriamo di essere all’altezza e avere un pò di fortuna. Già esserci messi in gioco è un buon punto di partenza: ottimisti

Jakob

6 maggio 2017

E anche stavolta il clima non è stato generoso per fare la prima uscita.

In compenso, le cose che sono emerse sono delle idee sempre più chiare su come affrontare il progetto nella sua complessità.

È complesso perché la cosa che si accomuna è la voglia di definirci nella differenza – OK, niente di nuovo su questo mondo finora – ma allo stesso tempo c’è anche la volontà di trovare un filo conduttore che non renda le nostre foto un patchwork incollato col super-attack.

Parola d’ordine: parassitismo.

Serena

13 maggio 2017

Oggi​ ​io​ ​e​ ​Jakob​ ​siamo​ ​stati​ ​i​ ​protagonisti​ ​di​ ​un​ ​video​ ​promozionale​ ​del​ ​progetto​ ​NON​iO,​

nel roseto​ ​del​ ​parco​ ​di​ ​San​ ​Giovanni,​ ​uno​ ​dei​ ​miei​ ​posti​ ​preferiti​ ​a​ ​Trieste.​

Qui​ ​infatti​ ​ho​ ​fatto​ ​i miei​ ​primi​ ​passi​ ​nel​ ​mondo​ ​della​ ​fotografia,​ ​tornare​ ​in​ ​questo​ ​luogo​ ​ben​ ​conosciuto​ ​per questo​ ​progetto​ ​mi​ ​ha​ ​fatto​ ​molto​ ​piacere,​ ​nonostante​ ​l’occhio​ ​della​ ​telecamera​ ​mi​ ​mettesse un pò a disagio.

Anche Jakob era imbarazzato (quasi ammutolito direi) e dopo avergli fatto qualche scatto al interno del roseto che però non mi convinceva più di tanto, ci siamo spostati nel giardino davanti il bar “Il posto delle fragole”.

Lì è stato il mio turno e ho posato per​ ​lui​ ​seduta​ ​su​ ​una​ ​panchina.​ ​E’​ ​stato​ ​bello​ ​vedere​ ​come​ ​anche​ ​nella​ ​tecnica​ ​si differenziasse​ ​da​ ​me:​ ​utilizzava​ ​una​ ​macchina​ ​fotografica​ ​analogica​ ​in​ ​medio​ ​formato​ ​6×6.

Sapendo​ ​di​ ​avere​ ​a​ ​disposizione​ ​pochi​ ​scatti​ ​Jakob​ ​cercava​ ​di​ ​costruire​ ​l’immagine prestando​ ​attenzione​ ​anche​ ​al​ ​minimo​ ​dettaglio​ ​e​ ​suggerendomi​ ​le​ ​posizioni​ ​da​ ​assumere, spero​ ​che​ ​il​ ​risultato​ ​lo​ ​soddisfi​ ​vista​ ​la​ ​cura​ ​e​ ​l’attenzione​ ​che​ ​ha​ ​dimostrato

Jakob

13 maggio 2017

Riprese video. Menomale che Serena è nettamente più loquace rispetto a me, sennò alle riprese video l’audio non avrebbe avuto molto senso.

Già davanti a una fotocamera faccio molta difficoltà a essere me stesso, figuriamoci davanti a una videocamera.

Almeno quando fotografo quest’ansia da prestazione si tramuta in entusiasmo, specialmente quando s’improvvisa locazione e soggetto. Ah sì, le prime riprese le abbiamo fatte nel roseto, per motivi che lascio spiegare alla mia collega, se lo vorrà!

Parola d’ordine: rosso.

Serena

29 maggio 2017

Oggi sono andata a casa di Jakob per il ritratto “prima impressione”, la casa è esattamente come​ ​me​ ​l’aspettavo:​ ​pulita​ ​e​ ​molto​ ​ordinata​ ​(forse​ ​dovrei​ ​imparare​ ​da​ ​lui!).​

Per​ ​questo scatto ha avuto un’idea un pò bizzarra, ma molto originale: fotografarmi dal suo videocitofono.​

​Penso​ ​che​ ​con​ ​questa​ ​foto​ ​volesse​ ​sottolineare​ ​come​ ​lui​ ​mi​ ​guardasse​ ​ancora come​ ​se​ ​fossi​ ​un’estranea​ ​che​ ​doveva​ ​ancora​ ​entrare​ ​nel​ ​suo​ ​mondo​ ​(la​ ​sua​ ​casa).

Jakob

29 maggio 2017

Per accumulo d’impegni abbiamo dovuto fare Blitzkrieg per il mio scatto (ritratto di prima impressione).

Fortunatamente l’ho premeditato bene l’unico tempo che ho perso era per cercare il tempo di scatto giusto, a causa delle condizioni di luce un po’ scarse, infatti lo scatto l’ho fatto al chiuso e per giunta verso sera, più esattamente ho fotografato Serena dal mio videocitofono:

il messaggio è che la persona che non conosco è come se fosse ancora “fuori casa mia”.

Al primo incontro in assoluto infatti era avvolta dal mistero con occhiali da sole.

Parola d’ordine: impegni.

Serena

19 giugno 2017

Per​ ​il​ ​primo​ ​ritratto​ ​di​ ​Jakob​ ​avevo​ ​pensato​ ​ad​ ​una​ ​location​ ​al esterno​ ​in​ ​mezzo​ ​alla​ ​natura​ ​e oggi lui mi ha fatto scoprire un posto nuovo: il parco di Villa Giulia.

Purtroppo però la luce era davvero​ ​ingestibile:​ ​i​ ​rami​ ​degli​ ​alberi​ ​filtravano​ ​il​ ​sole​ ​generando​ ​su​ ​di​ ​lui​ ​delle​ ​ombre​ ​a chiazze veramente inguardabili.

Abbiamo quindi optato per degli spazi un po’ più aperti: un prato​ ​nei​ ​dintorni​ ​del​ ​Sincrotrone​ ​a​ ​Basovizza.

Li l’ho fatto sedere per terra, il suo sguardo era un pò sfuggente, ho immaginato non fosse abituato​ ​a​ ​farsi​ ​fotografare.​
​Volevo​ ​fosse​ ​uno​ ​scatto​ ​spontaneo​ ​e​ ​quindi​ ​ho​ ​lasciato​ ​si sistemasse come preferiva, nonostante questo ho percepito che fosse un pò a disagio.

Purtroppo​ ​il​ ​ritratto​ ​ha​ ​delle​ ​dinamiche​ ​sempre​ ​molto​ ​complesse.​

​Dopo​ ​aver​ ​visto​ ​le​ ​foto​ ​mi sono​ ​resa​ ​conto​ ​di​ ​quanto​ ​sia​ ​difficile​ ​fotografare​ ​una​ ​persona​ ​e​ ​di​ ​quanto​ ​sia​ ​difficile​ ​per essa​ ​farsi​ ​fotografare.​ 

Ho​ ​pensato​ ​a​ ​Roland​ ​Barthes​ ​ne​ ​“La​ ​camera​ ​chiara”,​ ​dove​ ​afferma che la foto ritratto è un campo chiuso dove quattro immaginari si incontrano generando un risultato quasi mai scontato.

Gli immaginari sarebbero: ciò che il soggetto crede di essere, ciò che il soggetto vorrebbe si credesse che fosse, ciò che il fotografo pensa che il soggetto sia e quello di cui il fotografo si serve per far mostra delle sue capacità.

Difficile trovarsi a proprio​ ​agio​ ​in​ ​un​ ​simile​ ​guazzabuglio​ ​ma​ ​non​ ​ti​ ​preoccupare​ ​Jakob:​ ​ci​ ​riproveremo.

Jakob

19 giugno 2017

Reduce da un weekend di relax forzato, oggi non ho dovuto far altro che posare.

Sentirsi osservati però non è una cosa gradevole né semplice, perché ti senti sotto torchio per come dovresti apparire, oltre per come l’altro vorrebbe che tu apparissi.

La cosa che più mi da fastidio è non poter essere spontaneo (ditemi chi cavolo riesce a esserlo davanti a un obiettivo!).

Grandi spazi e pochi elementi coi quali interagire certamente non aiutano: eravamo su un prato a Basovizza con una balla di fieno che ci scrutava incuriosita.

Prima eravamo al parco di San Giovanni nel quale mi trovavo più a mio agio, ma purtroppo c’era poca luce e fortissima a sprazzi, effetto leopardo.
O, visto il colle su cui eravamo, “Leopardi” mio omonimo (scusatemi il termine nuovamente, forse avete già capito che sono dotato di un sottile, ma allo stesso tempo pesante senso dell’umorismo).

Parola d’ordine: selvadego.

Serena

4 luglio 2017

Il​ ​tema​ ​delle​ ​fotografie​ ​di​ ​oggi​ ​era​ ​il​ ​cibo​ ​e​ ​noi​ ​abbiamo​ ​deciso​ ​di​ ​scattare​ ​le​ ​foto​ ​al interno​ ​di una pescheria vicino casa mia, così ci siamo incontrati stamattina, molto presto, in modo che il bancone fosse ancora intatto e si potessero trovare maggiori varietà di pesce.

L’incontro è stato molto breve perché Jakob doveva andare a lavorare, devo ammettere che io non sono molto​ ​soddisfatta​ ​dei​ ​miei​ ​scatti,​ ​ho​ ​fatto​ ​poche​ ​fotografie.​

Fotografare​ ​pesci​ ​credo​ ​sia​ ​un​ ​po’ come​ ​fotografare​ ​degli​ ​alieni!​

Il​ ​pescivendolo​ ​sembrava​ ​tuttavia​ ​molto​ ​entusiasta​ ​della​ ​nostra presenza​ ​e​ ​ci​ ​ha​ ​raccontato​ ​un​ ​po’​ ​della​ ​sua​ ​storia​ ​personale.

Jakob

4 luglio 2017

Il tempo è stato limitato perché in pescheria siamo andati la mattina presto per avere più elementi freschi, poi dovevo scappare a lavorare.

Sono sempre stato affascinato dalle forme che hanno i pesci, crostacei e molluschi vari, mi pareva una buona occasione per immortalarli.

Alla fine ritornando a casa per appoggiare cavalletto e Mamiya, mi stavo chiedendo cosa avrei fatto per pranzo, allora mi sono girato e ho preso tre filetti di pesce fresco, che stasera si sono rivelati un ottimo acquisto.

Parola d’ordine: muto come un pesce.

Serena

13 luglio 2017

Oggi​ ​siamo​ ​stati​ ​fortunati:​ ​il​ ​tempo​ ​era​ ​molto​ ​bello​ ​e​ ​visto​ ​che​ ​il​ ​tema​ ​di​ ​oggi​ ​era​ ​il​ ​mare, abbiamo​ ​deciso,​ ​su​ ​mio​ ​suggerimento,​ ​di​ ​andare​ ​ai​ ​Filtri.​

Avevo​ ​voglia​ ​di​ ​stare​ ​in​ ​un​ ​posto tranquillo e lontano dalla confusione, anche Jakob mi è sembrato in sintonia con questo mio desiderio.​

Appena​ ​arrivati​ ​dopo​ ​esserci​ ​sistemati​ ​sugli​ ​scogli:​ ​subito​ ​in​ ​acqua!

Per​ ​me, nonostante fosse già metà luglio era il mio primo bagno della stagione. Sì, mi vergogno un po’!

Il mare per me è un qualcosa di magico ed importante, ho cercato, come prima idea di rappresentarmi di fronte ad esso e quindi ho pensato di rappresentare la mia identità, il mio io, al mare fotografando la mia ombra sugli scogli.

Purtroppo l’operazione si è rivelata impossibile:​

​dove​ ​c’era​ ​ombra​ ​non​ ​c’era​ ​mare​ ​e​ ​dove​ ​c’era​ ​mare​ ​c’era​ ​ben​ ​poco​ ​della​ ​mia ombra.

Ho​ ​pensato​ ​allora​ ​di​ ​ritrarre​ ​una​ ​mia​ ​mano​ ​che​ ​si​ ​immergeva​ ​nell’acqua​ ​del​ ​mare,​ ​sempre per rappresentare me stessa di fronte a questo elemento, ma anche questa idea mi è sembrata​ ​assai​ ​poco​ ​efficace.

Allora​ ​ho​ ​cambiato​ ​soggetto​ ​e​ ​mi​ ​sono​ ​detta:​ ​“sarebbe​ ​bello​ ​se​ ​tutto​ ​il​ ​mare​ ​potesse​ ​essere contenuto​ ​nelle​ ​mani​ ​di​ ​un​ ​uomo,​ ​come​ ​se​ ​esso​ ​lo​ ​potesse​ ​custodire​ ​e​ ​averne​ ​cura”.​ ​

Ed ecco lo scatto, non più io, ma Jakob che raccoglie il mare a due mani e che lo porta con sé.

Serena

11 agosto 2017

Alla fine abbiamo optato per Barcola, la caccia ai triestini però non è stata molto fortunata, nè io nè Jakob abbiamo portato a casa degli scatti significativi.

Non è facile fotografare delle persone​ ​in​ ​costume,​ ​ho​ ​notato​ ​alcuni​ ​sguardi​ ​infastiditi​ ​dalle​ ​macchine​ ​fotografiche.​

Ma come​ ​fa​ ​Jakob​ ​a​ ​fotografare​ ​le​ ​persone​ ​usando​ ​quella​ ​grossa​ ​macchina​ ​che​ ​sembra un’astronave​ ​e​ ​sperare​ ​di​ ​passare​ ​inosservato?

Alla fine ho trovato un soggetto: non so quanto sia triestino, ma mi è sembrato un personaggio​ ​degno​ ​di​ ​una​ ​foto​ ​che​ ​rappresenta​ ​un​ ​po’​ ​il​ ​mare​ ​dei​ ​triestini,​ovvero​ ​“tutto​ ​a portata​ ​di​ ​mano”:​ ​il​ ​cane,​ ​la​ ​sdraio,​ ​la​ ​bici​ ​e​ ​il​ ​mare​ ​vicino​ ​a​ ​casa.

Jakob

13 luglio 2017

Il tema stavolta è il mare. A dir la verità lo era quasi anche prima, ma ora ci siamo focalizzati proprio sull’elemento dell’acqua salata (visto il caldo che c’è lo trasudavamo pure il mare).

L’incontro procede da sempre in modo tedesco e impeccabile: abbastanza puntuali entrambi ci siamo spostati un po’ al mare,

oltre che per il progetto anche per necessità di staccare da altri impegni, qualche volta ci si deve proprio obbligare a tagliare un attimo le preoccupazioni, cosa non facile!

Il luogo di scatto che stavolta ha scelto Serena, sono stati i Filtri (o perlomeno la zona non FKK), che già di nome hanno qualcosa a che fare con la fotografia (…).

Lei aveva già in mente più o meno cosa fare, ma entrambi alla fine abbiamo improvvisato con dei buoni risultati. Spero.

Spero, perché verso gli ultimi scatti mi si è aperta la botola del film e credo abbia compromesso qualche scatto.

Domani porto il film a sviluppare, sono curiosissimo, è sempre un’incognita non sapere com’è venuto lo scatto, mica come con le digitali, dove sicuramente hai più possibilità di fare lo scatto giusto, ma con le analogiche perlomeno ti senti più responsabile di quello che fai.

È anche per questo che di solito mi piace meditare prima sul soggetto/composizione – a parte che mi piace meditare in generale su “cose del momento”.

Parola d’ordine: filtri.

Jakob

3 agosto 2017

Non sarò originalissimo ma: fa caldooooooo!

Ho paura per le pellicole. Meno male che la riunione l’abbiamo fatta da Serena che ha l’aria condizionata, sennò andavamo in crisi mistica e ci saremmo inventati cose sceme.

Abbiamo constatato che ci manca ancora un progetto (i triestini, che è quello più impegnativo da fare almeno bene) e poi dovremmo aver finito, se ci avanza del tempo magari vediamo se rifare qualche scatto.

Ragionavo su questa cosa del tempo annesso alla fotografia, non in modo tecnico ma filosofico: una cosa positiva per questo progetto è che ci siamo presi del tempo, senza fretta (ma con bene in mente le scadenze eh!).

Secondo me così è l’unico modo per fare le cose bene e ragionate. È vero che magari col pepe al culo vengono anche idee eh, ma almeno così si respira e non è da poco.

Noto che tanti fotografi digitali fanno millemila scatti e poi di utilizzabile ce ne saranno una decina, questo ci disabitua dal prendersi tempo e ragionare cosa si vuol fare. Avendo una 6×6 a pellicola ci penso 10 volte prima di fare uno scatto.

Ammetto anche che sono tirchio, ma in questo caso lo prendo come una cosa positiva che mi forza a prendere tempo per le decisioni.

Parlando con Serena abbiamo indirettamente toccato questo discorso, ovvero di quanto relativo sia il tempo (anche qua non sarò originalissimo, ma è bello spolverare queste affermazioni).

Infatti poco fa è stata assunta in un negozio di telefonia, perché ha preso una decisione immediatamente, poi si è rivelato un lavoro molto stancante perché non hai tempo nemmeno per andare in bagno.

Sono poche ore al giorno, ma intense, disumane. Cos’è meglio? Lavorare 8 ore al giorno con qualche pausa o lavorarne 5 senza pause? Non vorrei essere nei suoi panni.

Il tempo non è denaro, è sicuramente più prezioso del denaro.

Parola d’ordine: esposizione.

Jakob

11 agosto 2017

A caccia di Triestini DOC per Barcola.

Una cosa veramente difficile per me è fotografare le persone, perché non riesco mai a metterle a proprio agio di fronte all’obbiettivo e con la 6×6 non passo inosservato per poter fare le foto di nascosto.

Poi essendo un 50mm non posso neanche fare il cecchino. Quindi un compito alquanto difficile da fare con persone vive.

Per questo dopo esser stato con Serena a Barcola (in primis per godermi un po’ il mare, lo ammetto) a caccia di casi umani da immortalare come tipico triestino, sono tornato a casa a pellicola vuota o quasi.

A dir la verità devo ancora sviluppare il film, ma so già che quello che cercavo non l’ho trovato, quindi ho fatto un po’ di silhouette, ma senza un tema vero e proprio, cercando perlomeno un’estetica che potesse scatenare un ragionamento.

Di base volevo evidenziare un aspetto tipico che è quello del confine, sia fisico che mentale, rendendolo in qualche modo evidente dalla composizione, contrasto e/o storia nello scatto.

Aspettavo in un colpo di scena nel quale vedessi almeno uno di questi aspetti ma zero, mi sono dovuto rassegnare stavolta.

Ho dovuto ripensare un attimo lo scatto: e se NON raffigurassi persone per mostrare una peculiarità delle persone?

Una fortunata via di mezzo è stata passare per Ponte rosso e notare dei giochi di ombre della ringhiera che separa il canale dalla statua di Joyce. La scena ha avuto già in sé la simbologia necessaria per questo progetto!

I triestini sono fermi si accontentano, non fanno ulteriori sforzi, i triestini sono acquisiti (Joyce…), i triestini sono su un confine (la ringhiera, ma anche la zona d’ombra alla quale sta accedendo la statua).

Parola d’ordine: zone d’ombra.

Serena

1 settembre 2017

Oggi​ ​sono​ ​tornata​ ​a​ ​casa​ ​di​ ​Jakob​ ​ed​ ​entrambi​ ​siamo​ ​riusciti​ ​a​ ​realizzare​ ​l’ultimo​ ​ritratto​ ​che chiude​ ​il​ ​progetto.​

Ho​ ​fotografato​ ​Jakob​ ​seduto​ ​sul​ ​letto​ ​con​ ​la​ ​sua​ ​6×6​ ​fra​ ​le​ ​mani​ ​e,​ ​questa volta​ ​l’ho​ ​trovato​ ​molto​ ​meno​ ​imbarazzato​ ​rispetto​ ​al​ ​primo​ ​ritratto,​ ​infatti​ ​guarda​ ​in​ ​macchina sorridendo.​

Forse​ ​ha​ ​eliminato​ ​qualcuna​ ​delle​ ​forze​ ​contrastanti​ ​descritte​ ​da​ ​Barthes​ ​di​ ​cui ho​ ​parlato​ ​nella​ ​prima​ ​sessione​ ​di​ ​ritratti.​

​Sicuramente​ ​mentre​ ​lo​ ​fotografavo​ ​non​ ​si preoccupava più di tanto di come voleva che la gente pensasse che fosse, anzi, non si preoccupava affatto, per questo la foto ha una luce così diversa rispetto alla prima.

Poi mi ha mostrato i suoi lavori fotografici, sono rimasta molto colpita dal fascino e dall’originalità dei  suoi​ ​soggetti​

(soprattutto​ ​dalla​ ​serie​ ​dedicata​ ​alle​ ​impalcature).​

​Mi​ ​piace​ ​il​ ​suo​ ​occhio fotografico!

Jakob

1 settembre 2017

Oggi si è chiusa la parentesi iniziata col primo ritratto, quello della prima impressione.

O più che una chiusa parentesi, mi piace vederla come una seconda impressione (le persone a mio parere non si conoscono MAI a fondo, per quanto crediamo di conoscerle).

Il primo ritratto di Serena l’ho fatto fotografandola attraverso il videocitofono di casa mia, come a dire: la conosco, ma solo di vista, superficialmente, infatti non è ancora dentro casa mia, metafora del mio essere.

Stavolta invece, per contrasto, ho deciso di farle una foto, appunto, dentro casa mia, simboleggiando così l’apertura, il superamento della soglia del mondo esterno.

Rimaneva solo il problema di mettere una persona a proprio agio davanti all’obbiettivo per far apparire il ritratto più spontaneo, compito per me pressoché impossibile.

Ero quasi più imbarazzato di lei quando cercavo di rendere la scena più spontanea!

In lei invece ho notato più naturalezza, sia da una parte dell’obbiettivo che dall’altra e credo che certe persone siano semplicemente più portate ad aprire un canale comunicativo/dialogico spontaneo.

Al di là di come verrà il progetto fotografico, sono intanto molto felice di aver conosciuto Serena, perché, nonostante questo modo inconsueto e quasi meccanico di fare amicizia, ho avuto la fortuna di imbattermi in qualcuno con cui poter condividere l’interesse per la fotografia.

Dico fortuna, perché non è scontato che due persone che condividono lo stesso interesse siano a priori portate ad avere un dialogo produttivo, mi è capitato per esempio di conoscere fotografi con i quali non poteva esserci dialogo in quanto o parlavano solo di specifiche tecniche (veramente noiosi) o lavorano in ambiti talmente diversi che non ci sono punti d’incontro.

In questo caso invece, sarà perché abbiamo fatto gli studi in ambito simile o perché per puro caso abbiamo amicizie in comune, oppure anche perché è un fatto di personalità, ci siamo intesi bene (perlomeno è il mio punto di vista).

Poi ho ragionato sul fatto di come l’impressione che abbiamo su una persona, sia all’inizio incompleta o errata fino a quando non la conosciamo meglio

e questa esperienza ha sicuramente contribuito a diminuire i pregiudizi.

Parola d’ordine: impressione.